martedì 1 febbraio 2011

Naïf


E’ ora di andare. Fa male al cuore, ma bisogna sorridere. Lei, la mia dolce e sensibile creatura, è anche troppo intelligente. Non solo sorridere è necessario, ma recitare bene la parte di quella che realmente pensa che andrà tutto bene. Va tutto bene, davvero, sarà divertente e io tornerò prestissimo, vedrai. La nonna poi, ha preparato diverse sorprese che so già ti piaceranno da morire. Anzi, spero che avrai tempo di pensarmi qualche volta. Io sempre. sai, è la mia malattia. Sorridi. Sorridi. OK. Ciao, ti voglio bene. Puoi piangere.

Fuori fa freddo. Fumiamo tutti come ciminiere. Un fumo bianco che dura poco. Questo paese mi stranisce ogni volta. In mezzo al niente, ma così denso che sembra di essere in una città. Case, case, case. Piccole, corte e antiche, ma tante. Il posto perfetto per giocare. Lo zaino è già diventato pesante. Mi sto godendo il famoso peso della cultura. Ma soprattutto mi prendo il piacere di questo sole mattutino di una giornata invernale. Tra candore e luce accecante. C’è un po’ di foschia, ma forse aiuta a creare l’atmosfera.

Qualcuno propone di deviare, e prendere una strada che di solito non facciamo. Probabilmente non l’abbiamo mai fatta. Passiamo tra due case, passaggio stretto e corto. Ci fermiamo. L’hanno costruita adesso? No, direi di no. Siamo all’entrata di una lunga e dritta vietta, leggermente più elevata rispetto al fondo stradale resto del paese. Sul lato destro c’è un canale, con una bassa ringhera, ricoperta di ghiaccio. Ai lati c’è il retro delle case del paese. Finestre tutte uguali, doppie, con infissi bianchi e vetri scuri, chiaramente non usate recentemente, chissà, forse mai. Possiamo vedere i tetti, innevati. E’ come camminare su un secondo gradino, avendo una visione leggermente più elevata. Tutti ci sentiamo un po’ Gulliver nel paese dei ghiacci e della luce accecante.

Tutta questa attenzione per l’ambiente cerca di contestualizzare meglio quello che ci si è parato davanti. Ci sono tantissime civette completamente bianche sulla stradina che stiamo percorrendo. La cosa è innegabilmente sorprendente. Molte di queste fantastiche creature sono veramente enormi, mi arrivano a metà coscia, mentre altre sono piccole, cuccioli, come peluches da non toccare. Non si capisce come sono fatti. Il bianco mantello piumato copre tutto di loro, fino a terra, nella neve. Il piumaggio è lucido, riflette talmente la luce da farli sembrare parte del paesaggio. Ci guardano. Ci fissano con i loro occhi gialli e neri con fiera indifferenza. Lo sguardo dei passanti. Mette un po’ i brividi umanizzare questo sguardo. Seguono il nostro passaggio, girando la testa, anche troppo, per poi tornare alle loro riflessioni, sul cibo probabilmente. Sfortunatamente non c’è modo di camminare senza passare ad una distanza che è considerata umanamente spiacevole tra sconosciuti. Le nostre giacche, le cinte dei nostri zaini, sfiorano i formidabili uccelli. Ma sembra che nell’indifferenza alla nostra presenza possa essere trascurato anche questo piccolo disturbo.

Noi osserviamo questa grande candida comunità. La stiamo percorrendo tutta. La luce del mattino e le ombre sulla neve create dalle creature danno vita ad un quadro naive vivente, in cui noi stiamo lentamente camminando in mezzo. Loro sono immobili, la parentesi del nostro passaggio sembra non toccare realmente il più grande disegno di cui fanno parte. Siamo in una favola dove esseri legendari e spaventosi sono i protagonisti. E’ bellissimo ed in qualche modo terribile. Mi sorprendo pensare che sono contenta che lei non sia qui.


Il biglietto mi cade dalla tasca. Lo raccolgo. Lo zaino si sbilancia e mi appoggio involontariamente a uno di loro.

La reazione è fulminea. Un uncino aggancia la mia manica. Ora posso vedere il corpo muscoloso e quasi umano sotto le ali, ora lunghissime. Sento il canto, che si diffonde nel silenzio ovattato di questa stradina fuori dal mondo. Cerco di sganciarmi, ma lui fa forza sbattendo la ali e cercado un altro appiglio su di me.

Grido. Accorrono tutti. Umani e uccelli.


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