mercoledì 29 settembre 2010

Stories


I’d like write a story.
I’d like to write the kind of story
that you can repeat to yourself
when you are in the place where you can just drown.
That you can repeat to your friend
when she’s in that unknown place
where it’s impossible see beyond your feet.
I know a story, everybody already know it.
I’d like write another story.
I can remember the day in which someone passed one afternoon
telling me stories, even though it was just one.
She’s dead, she had lost her story before everything.
I’d like to write a story, but I think that if I do it,
I will lose the chance to live it.

venerdì 24 settembre 2010

Waking up


I suddenly wake up. I felt that something wrong happened around me. Still in the middle of the sleep, my sense of balance is gone, an upside down completely different from what usually happens in a dream. I stand up, but my feet experience a change while touching the usual freezing floor. Looking around, I realize that my house is thirty degrees tilted. 



All the furniture lies against the walls in front of me. My bed is in the middle of the room, but just because other things block it there. Everything it was in the room is disappeared or broken, amassed in the other corner. I am scared. I can see also the building in front of me in a strange position. Everything I can see has a completely wrong shape. I am sure I am in a wrong place when I recognize the ground in between what used to be my view. I stand up. I look for my shoes, because the floor seems a dangerous place now for my naked feet. Hard job. I realize that I am trembling. I am trying to understand what happened, to my house and actually to the world. It is clear. The building crashed. It is somehow folded up. I am trying to make sense out of that, finding something like a solution for what is clearly without solution. 


I am realizing that I see things from the windows that I should not see. They are too close, too big. I should not see the trees next to that window, for sure not in the window. I must hold myself to the walls or to what seem to be enough secure, if I want avoid to slipper somewhere, like where it used to be the wardrobe. I am like hallucinating. There is an impressive silence, even if most of the windows are broken, and I should hear at least the birds singing at this time. Now I see, the ceiling folded up here. I can pass only crawling. I do not know why I am going in this direction, the door is up, on the other side. I just reach the lower point of the house. I am going out climbing over an unknown wall, paying attention to my ceiling. I am passing through a hole that was a big window. I am on the balcony. No, it is really far to be a balcony, and now I can touch the ground. It is impossible that the balcony is touching the ground. 


I am outside. I am scared to look back. There is my flat, it is like it is holding the entire world. It is the entire world. Watching through the walls of the kitchen and of my room, I can see the paint in the living room. The paint. It seems something deeply wrong that I can see the paint. My building is not there anymore, it is a mass of rubble. There is only rubble around me, nothing but rubble. No voice. No people. Just me. The blue sky accompany by a splendid sun. 

giovedì 23 settembre 2010

Ci avevano avvisato che sarebbe successo qualcosa, ma nessuno sapeva di preciso cosa.


Ci avevano avvisato che sarebbe successo qualcosa, ma nessuno sapeva di preciso cosa. Sarcasmo ed ironia sull’argomento si sprecavano. Cosa potrà mai succedere? Poi hanno sempre detto che, per quanto possa fare l’essere umano, non può davvero danneggiare gravemente il pianeta, è semplicemente troppo grosso. La gente nei bar rideva, e trovava buoni argomenti.

Io ero con mia madre. Noi eravamo preoccupate, ma non ci era stato detto niente su cosa fare. Quindi seguivano la routine giornaliera, in silenzio, guardando dalla finestra. Si vedono le colline, da un lato anche la città poco lontana. E’ una splendida giornata, di quelle perfette per una camminata.

Alle 14.27 abbiamo sentito un rumore forte, come di un aereo o di un gigante fuoco d’artificio. Siamo uscite ed abbiamo guardato il cielo. Seguito la lieve striscia di fumo. Da qualche parte, dietro la prima collina, sembra ci sia un incendio, e si intravede una materia nera incandescente, come lava. Nessuno si muove, nessuno accorre, non si sente la sirena dei pompieri. Siamo in attesa. Guardiamo il cielo con attenzione. C’è silenzio per strada.

Come invocato, in pochi secondi qualcosa davvero succede. Il cielo si scurisce. E’ giorno, non ci sono nuvole, ma il cielo si scurisce. E noi guardiamo. In quei pochi secondi la nostra percezione del mondo viene radicalmente sconvolta. Credo fosse per via del magnetismo, è come se ci fosse un terremoto terribile, ma pochissime cose intorno a noi ne sono colpite, spostate, rivoltate. Questa onda colpisce dentro di noi, il nostro equilibrio, i nostri organi interni, come pugni invisibili. Ci passa attraverso sconvolgendoci, ma poi passa.

Io sono caduta a terra, ma non mi sento tanto male. Qualcos’altro è caduto, e piccoli incendi illuminano il chiarore scomparso. La gente sembra si sia improvvisamente svegliata, parlano, qualcuno urla, cercano di spegnare gli incendi, così come decido di fare io. Guardo mia madre ed è terrorizzata. Entrambe sentiamo il clima di terribile aspettativa. Sappiamo che non è finita, ed ognuno cerca di non perdere di vista di propri cari.

Vedo gente che pensa come organizzarsi per proteggersi dalla minaccia imminente. L’urgenza nelle voci, le reazioni eccessive, l’impotenza che emerge da ogni parola, da ogni espressione del viso. Gruppi di persone che non sarebbero mai state insieme altrimenti, si ritrovano per cercare un rifugio, un piano. Penso che dovrei fare qualcosa anche io, ma non riesco ad immaginare una protezione da una minaccia così grande e sconosciuta. Non voglio essere fatalista, voglio lottare, ma mi sforzo di pensare al presente, visto che il futuro è ignoto. Ho paura, quella paura che parte dalla pancia, che ti fa tremare le mani, ma faccio finta di niente.

Passo vicino ad un cespuglio e vedo una pallina di metallo galleggiare nell’aria, è bella ed è strana come tutte le cose accadute oggi. Mi guardo intorno e la prendo. Faccio un po’ fatica, fa resistenza, come se fosse attaccata da qualche parte. Raggiungo mia madre, la abbraccio, e le dico che andrà tutto bene. Mi rendo conto  che le palline di metallo si sono moltiplicate, sono ovunque, immobili nell’aria. Sono milioni, da piccolissime a grandi come biglie. Galleggiano come galassie, brillano alla luce degli incendi e riflettono il blu scuro del cielo. Improvvisamente non mi piacciono più.

Voglio rientrare a casa, voglio trovare un posto dove non ci sono le biglie, voglio scappare. Non faccio in tempo a concretizzare questo pensiero, che un’altra ondata invisibile ci investe. Sentiamo le viscere diventare il motore dei nostri movimenti e queste ci spingono uno contro l’altro come magneti. Vedo che anche le biglie cominciano a muoversi, e lo fanno sempre più velocemente. Contro di noi. Contro le case, le auto. Siamo chiaramente diventati uno dei punti di magnetismo; il metallo dei nostri orpelli, quello che scorre nel nostro corpo. 

E’ il dolore lancinante che non mi fa apprezzare l’affascinante e marziana situazione. Conglomerati di esseri umani, schiacciati l’uno contro l’altro fino al parossismo, investiti da biglie di metallo a grande velocità, in attesa della chiara conclusione di diventare tutt’uno con tutti gli oggetti circostanti ed in fine la totale scomparsa della terra, in quello che la mia poca conoscenza di astrofisica chiama buco nero. Ora capisco perché non potevano avvisarci alla tv.

mercoledì 22 settembre 2010

Superficialmente


Mi piacciono le superfici

Mi piace toccarle, sfiorarle con la punta delle dita

Mi piace poter vedere come una superficie annuncia chiaramente cosa si nasconde sotto di essa

Quando è lucida e compatta, quando è sofficie e lanosa, quando rugosa

C’è qualcosa di sensuale e di infantile in questo

Poi la varietà delle superfici si è evoluta

L’intuito e la comprensione

La superficie si è innalzata a metafora, specchio e allegoria

della verità prima di diventare bugia

giovedì 9 settembre 2010





old crap

martedì 7 settembre 2010

piccione e nuvole


In una delle pause, guardando il mondo dalla cima dell’albero. Sono ffascinata dal movimento di quei grossi rami, così forti ma così elastici da sopravvivere allo sforzo imposto dal vento, e prima dalla pioggia, e prima ancora dalla neve e dal ghiaccio, che io fortunatamente ancora non ho visto, mi sono resa conto che non ero sola. Un genericamente odiato piccione sostava di fronte a me. Probabilmente infreddolito, perché le sue piume erano arruffare ed il suo corpo completamente rincantucciato nella coperta piumata. Non so se si è reso conto della mia presenza. Penso che il suo cervellino non possa fare molte cose oltre quelle connesse alla sua sopravvivenza, ma questo non toglie sicuramente nulla alla pienezza della sua esistenza. Poi penso che in qualche modo sia come l’albero su cui riposa. Il cielo era nella sua normale attività, il vento, le nuvole, oggi l’azzurro. Improvvisamente mi sono sentita fuori posto. Mi sono sentita particolarmente essere umano, particolarmente umana, con tutte le velleità e le debolezze proprie della nostra condizione, in particolare della mia. Non so se esiste veramente una gamma di sensazioni abbastanza vasta da percepire le sfumature tra la soddisfazione di cibarsi e il brivido del freddo, per i due esseri viventi che erano così vicini a me. Non sono neanche certa se sia un guadagno essere continuamente sottoposti all’evidenza di queste sfumature, così terribilmente invadenti nella nostra esistenza. Riposare su un ramo, prima di andare nuovamente alla ricerca di cibo, magari cacare e spostarsi in un altro posto migliore per la notte. Crescere, nutrirsi e fare frutti secondo il clima, spostarsi il più possibile seguendo le fasi del sole per nutrirsi meglio, adattarsi all’ambiente. Lo scopo è vivere, riprodursi e morire quando capita che sia. Quando si parla di universi paralleli, mi sono trovata a pensare, il migliore esempio siano i mondi che coesistono, o supiscono, il nostro. Spengo la sigaretta, e penso che tutto sommato, la cima dell’albero sia la mia finestra su altri mondi. Buffo.

mercoledì 1 settembre 2010