giovedì 21 ottobre 2010

Distratta


Distrattamente attraverso il tempo di una distrazione, e, come uno shock, l’autunno è arrivato. Mi fermo allibita e fisso il nuovo mondo. Cerco di cogliere i punti salienti della disgrazia. Le foglie sono ingiallite e rade sui rami. Il tronco è improvvisamente scuro, quasi nero, punteggiato da muschi e muffe bianche. Non ci sono più gli stessi uccelli, ora gruppi di affascinanti volatili bianchi, neri e blu si raccolgono poco lontano. Anche il grosso ragno nero e blu è scomparso. Ed il cielo. La luna, piena, fa capolino quando ancora c’è luce, avvolta dal vento freddo: insieme hanno annunciato a chi era presente l’inevitabile corso delle stagioni.  Sono sbalordita ed impressionata. Ora non esiste più il mio angolo sul microcosmo, dove le superfici nascondono segreti e i rumori sono attutiti o sconosciuti. Mi sento assolutamente ed ingiustamente defraudata. Catapultata del mondo reale, fatto di ferro e cemento, di prospettive ed altezze, dove la natura dorme mentre l’altra vita continua, mi stupisco. La comprensione del mondo esterno è fondamentale. Guardo e osservo. Bambini giocano, qualcuno torna a casa, quancuno esce, qualcun altro credo faccia ginnastica. L’umanità mi investe insieme al vento freddo. Il senso di vertigine si fa sentire. 

mercoledì 13 ottobre 2010

la cosa migliore


E lassù sulla montagna 
gh'era su 'na pastòrela 
pascolava i suoi caprin 
su l'erba fresca e bela. 

Sembra che ora non possano più esistere, né la pastorella né la montagna. E’ come una consapevolezza, che non esistono più molte, troppe cose. Questi muri grigi si avvicinano sempre di più, lentamente, irresistibilmente attirati l’uno dall’altro. Non so se veramente non esista più nulla, vedo una luce a volte, da quel buco sul soffitto, sembra solare, ma è talmente in alto che non riesco nemmeno ad intuire cosa scorre là fuori. Potrebbe essere qualsiasi cosa. Luce elettrica, bagliore dato da vegetali, da animali delle profondità marine. Non riesco più a collocare me nello spazio, nello spazio che presumo ci sia al di fuori di questa cella. Ora mi sembra così triste. Inizialmente volevo uscire. Il buco sul soffitto ti porta a pensare a questo. Quindi decisi di arrampicarmi su muro grigio e liscio. Ora ritengo che il pavimento non sia così male, ma allora l’ho odiato. Il fatto di essere soffice, quasi fluido, non permette nessun aiuto di spinta se ti vuoi arrampicare. Semplicemente affondi. Ora passo il mio tempo sdraiata, osservando i muri che si avvicinano, ed i vaghi bagliori riflessi sulla loro superficie liscia. Riesco a volte a vedermi urlare contro quella superficie senza appigli, e mi faccio simpatia. Non ho un ricordo preciso di come sono entrata qui, forse ci sono caduta o forse ci sono voluta entrare. A dir la verità non ha più importanza, nulla ce l’ha a parte le mie pareti, il mio buco lassù e le mie luci. Finchè le pareti saranno abbastanza lontane non ho motivo di pensare a qualcos’altro, è la cosa migliore. A parte quando sogno la pastorella, l’erba e il vento, ma non posso controllarlo. Quando ho scoperto che le pareti si  stavano avvicinando, superato il panico, ho pensato che fosse la mia occasione per uscire dal soffitto. Ora non so più se ho la forza di uscire e di vedere cosa c’è fuori. Non so dire cosa farò quando accadrà.

E allor si mise a piangere 
e piangeva tanto forte 
al veder suo bel caprin 
vederlo andar a morte.