martedì 7 settembre 2010

piccione e nuvole


In una delle pause, guardando il mondo dalla cima dell’albero. Sono ffascinata dal movimento di quei grossi rami, così forti ma così elastici da sopravvivere allo sforzo imposto dal vento, e prima dalla pioggia, e prima ancora dalla neve e dal ghiaccio, che io fortunatamente ancora non ho visto, mi sono resa conto che non ero sola. Un genericamente odiato piccione sostava di fronte a me. Probabilmente infreddolito, perché le sue piume erano arruffare ed il suo corpo completamente rincantucciato nella coperta piumata. Non so se si è reso conto della mia presenza. Penso che il suo cervellino non possa fare molte cose oltre quelle connesse alla sua sopravvivenza, ma questo non toglie sicuramente nulla alla pienezza della sua esistenza. Poi penso che in qualche modo sia come l’albero su cui riposa. Il cielo era nella sua normale attività, il vento, le nuvole, oggi l’azzurro. Improvvisamente mi sono sentita fuori posto. Mi sono sentita particolarmente essere umano, particolarmente umana, con tutte le velleità e le debolezze proprie della nostra condizione, in particolare della mia. Non so se esiste veramente una gamma di sensazioni abbastanza vasta da percepire le sfumature tra la soddisfazione di cibarsi e il brivido del freddo, per i due esseri viventi che erano così vicini a me. Non sono neanche certa se sia un guadagno essere continuamente sottoposti all’evidenza di queste sfumature, così terribilmente invadenti nella nostra esistenza. Riposare su un ramo, prima di andare nuovamente alla ricerca di cibo, magari cacare e spostarsi in un altro posto migliore per la notte. Crescere, nutrirsi e fare frutti secondo il clima, spostarsi il più possibile seguendo le fasi del sole per nutrirsi meglio, adattarsi all’ambiente. Lo scopo è vivere, riprodursi e morire quando capita che sia. Quando si parla di universi paralleli, mi sono trovata a pensare, il migliore esempio siano i mondi che coesistono, o supiscono, il nostro. Spengo la sigaretta, e penso che tutto sommato, la cima dell’albero sia la mia finestra su altri mondi. Buffo.

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