lunedì 12 aprile 2010

E poi

E poi, improvvisamente, il tuono. Quel rumore di mobili infranti da un gigante. Che comincia con un armadio e poi tutto il mobilio viene scaraventato contro la parete ferrosa. Così, come se avesse assaporato per un secondo l’effetto, poi il resto tutto. Il pavimento diventa uno scivolo e tutto si infrange, come nelle navi che affondano nei film.

Il vetro ha tremato. Il letto pure. Un vento prima lieve poi insinuante, raffredda le lenzuola di cotone pesante, quelle dell’altro secolo. Mi fa rimanere rannicchiata nella fossa del materasso di piume, nell’unico angolino che questa brezza fredda non ha ancora mangiato. Non sembra più ma è ormai giorno. La calda cucina è diventata l’unico riparo.

Attimi. Il silenzio. Il lampo lunghissimo. Quell’odore, con quel colore. E poi la pioggia, come se stesse già piovendo da settimane, come se il telone fosse stato finalmente tolto.

E poi io lì, ferma a guardare, in piedi, a cavallo della mia bicicletta blu. Ad annusare l’odore della polvere bagnata, di umidità che sale da dove non c’era, di ocra. Gocce grandi quanto tutta la mia mano.
In un secondo allagano il cortile e mi confinano sotto il porticato della casa vecchia. Insieme alle piante per l’altare della chiesa, alla millenaria scala a pioli ed a quel verdino scrostato sui muri che non mi sono mai spiegata.

Quel gigante andava avanti distruggendo qualsiasi cosa, ma ormai senza di me. Passata la novità non importava più.

Non sono mica piccola io.
Però nella casa da sola non voglio entrare. Ma non lo dico.
Guardo dalle finestre, che sembrano fatte per bambini. Se non fosse per le sbarre arrugginite, potrei entrare anche io, dico. Le porte sono scardinate ed aperte. Lì erano tutti piccoli una volta, e non c’era il campo di granoturco, ma una specie di parco giochi, almeno da come raccontano.
Chissà se l’odore era lo stesso che si sente ora.

Il vento freddo mi avvolge. Arriva da ogni parte, le aperture della casa sono come correnti gelide che hanno vita propria. I miei calzoncini rossi non sono sufficienti.

La campana della chiesa suona. La nonna mi chiama: è pronto. Forse la cucina sarà più calda, con la luce rossa e il tavolo immenso, con i cassetti che non si chiudono.
Lascio la bici a terra e corro sotto la pioggia.

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